Universale concreto

Hegel è un filosofo grosso così. Di quelli che aprono la porta del saloon e tutti si voltano. Non gli serve sparare, anche se ha scritto qualcosa sui colpi di pistola. Gli basta prendere la mira e indirizzarti uno a scelta fra i tomi che ha scritto. BUM! Stecchito.

Insomma, c’è un suo concetto che non ho mai capito bene bene, appieno appieno; cioè non ho mai capito come fosse possibile: l’universale concreto. Adesso sarò un po’ imprecisa, decisamente poco filologica e a tratti, probabilmente, fuori strada.

Ma.

Per fare un attimo il quadro, solitamente un universale è concepito come astratto: un’idea, un concetto, un nome. Tipo, che ne so, “il bene”, “il giusto”, “il bello”. Ma anche, l’“essere umano”, “l’albero”, “il gatto”. Lasciamo perdere le differenze fra tutti questi universali. Prendiamo il concetto di “albero”: non è un albero concreto, singolo, individuale. È invece una specie di non so cosa (un collettore generale, una rappresentazione, un’abbreviazione, un boh) che identifica un insieme di alberi concreti: tutti gli alberi che sono esistiti, esistono ed esisteranno.

Bene. Quindi da una parte c’è il concetto universale di “albero” (che è astratto: il concetto non ha foglie, né rami, né corteccia, anche se sarebbe carino vedere un concetto con la corteccia che gli penzola fuori) e dall’altra parte ci sono tutti i singoli alberi esistenti. Qualcosa li collega? Non provo nemmeno a dare una risposta qui. 

Veniamo all’universale concreto. Non so a voi che effetto provochi (magari, giustamente, ve ne importa fin lì), ma a me ha sempre fatto esplodere il cervello. Come quando ti chiedono di immaginare un numero superiore al milione: semplicemente, io non so immaginarlo. Va oltre le mie possibilità. E l’universale concreto va ancora più oltre, perché un milione di oggetti potrei anche mettermi a contarli (voglio dire, ora il tempo ce l’avrei pure), ma l’universale concreto non lo conti.

Torniamo a Hegel – e ancora: sarò drammaticamente imprecisa e molti potrebbero correggermi. Ma.

L’universale concreto è un concetto grosso così. Che spalanca le porte del saloon e tutti ci mettono un po’ a riconoscerlo ma poi, se ci pensano e ne prendono coscienza, potrebbero cominciare a sentirselo addosso. È un universale “sostanziato”. Un universale con la ciccia, diciamo. Con la carne. È un universale in cui il singolo rispecchia, integra, incarna l’universale e l’universale stesso è reso effettivo da questa rete di relazioni tra i singoli, una rete che è molto più della somma delle individualità. Non solo, è reso effettivo anche dal sapere dei singoli, cioè dal fatto che questi siano (auto)coscienti di essere parte di questa rete di relazioni universale.

Bene. Tutte questo discorsone per dire cosa? Beh, per dire che io, in questi giorni, ho i brividi da universale concreto. La riassumo così: è quando un singolo va oltre la propria individualità per agire per un fine universale – in questo caso il bene della comunità – e in quest’azione ritrova un senso più autentico di se stesso (e quindi sì: anche della propria individualità). Adesso la sparo grossissima. Credo che in questi giorni stiamo dando molta ciccia al nostro universale concreto. Penso ai balconi sonori di sostegno tra le persone, a tutti i gesti di solidarietà, creatività, generosità, penso alla cooperazione e all’unità, al sacrificio e alla cognizione di essere uniti, presenti, consapevoli dentro a tutto questo, in vista di un obiettivo comune. Non solo, penso anche al fatto che ci riconosciamo in questo obiettivo condiviso, che improvvisamente è diventato una delle cose più “nostre”, che più ci costituiscono, che strutturano la quotidianità, il ritmo dei pensieri, il senso delle azioni.

E aggiungo una cosina così: nel sistemone di Hegel l’universale concreto è quanto di più libero tu possa pensare.

Ecco, io vi ringrazio. Perché sono decenni che studio filosofia, ma questa cosa dell’universale concreto sulla pelle io non l’avevo mai provata prima.

2 pensieri riguardo “Universale concreto

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