La cura delle parole

Hai presente quando si dice “sono solo parole”? Beh, non proprio. Ci sono degli studi. Degli studi che io trovo quasi poetici, non perché non siano rigorosi, ma perché restituiscono i processi biochimici del nostro corpo a un senso dell’umano molto più ampio.

Insomma, ci sono questi studi scientifici pieni di poesia. Indagano l’effetto delle parole sul cervello. L’immagine è questa: il nostro cervello è un bersaglio con vari centri e le parole arrivano come frecce. Tu mi parli? Stack: una freccia nel mio cervello. Io ti parlo? Stack: una freccia nel tuo cervello. Ci stiamo bersagliando, straripiamo in questa creatività verbale, è tutto un furore di frecce di qua e di là. Si lo so: la descrizione non è molto scientifica.

In ogni caso, questa immagine dei bersagli e delle frecce non è mia. Magari. No, è una metafora utilizzata in un libro che – se proprio in questi giorni non vi passa nulla – vi consiglio di leggere: La speranza è un farmaco di Fabrizio Benedetti (e insomma, quest’uomo parte bene già dal cognome).

Il nocciolo è questo: i bersagli del cervello centrati dalle parole sono gli stessi su cui vanno ad agire farmaci quali, ad esempio, la morfina e l’aspirina. Non so a voi, ma a me questa cosa manda in corto circuito il cuore. Cioè, e qui cito dal libro che ho nominato, “le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli astratti in vere e proprie armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre”. 

Ma adesso arriva il vero colpo di scena dell’introduzione del libro. Da un punto di vista evolutivo sono nate prima le parole dei farmaci. BUM! Quindi? Quindi sono i farmaci a “copiare” l’operato delle parole e non il contrario. Sono i farmaci ad attivare gli stessi processi biochimici delle parole (a me qui sembra di sentire una musica trionfale di sottofondo).   

Allora le parole possono fare bene? Assolutissimamente sì. Ma un bene concreto, reale. Cioè, le parole possono proprio fare. Agire. Trasformare.

E possono fare male? Ancora più assolutissimamente sì. E un male concreto. Reale. Possono essere tossiche e dannose tanto quanto i famaci assunti in modo inappropriato.

Ecco. A me questo studio scientifico pieno di poesia fa sentire la responsabilità di quello che ci esce dalla bocca. Possiamo scegliere le parole che usiamo, possiamo decidere quali frecce lanciare. Il nostro pensiero può essere un setaccio, di quelli da scandaglio dei fondali dei fiumi per rinvenire pepite d’oro tra il fango (ho in mente questa immagine da un Topolino di millenni fa, in cui il giovane Paperone era nel Klondike). E questo bel setaccio che è il nostro pensiero, la nostra consapevolezza, può dare il via libera a parole curative e bloccare quelle tossiche.    

Credo sia una pratica che dovrebbe valere sempre, ma in particolare in questo periodo surreale: la selezione amorevole delle parole.

Molti di noi staranno sicuramente soffrendo (anche) psicologicamente per la situazione attuale. A volte una parola giusta, una parola scelta, una parola curata come una pianta alla luce, una parola che risuona, che va oltre, che risplende, una parola che pulsa e accoglie, può aiutare a ritrovare un radicamento dove le radici erano saltate.

[Ph. Alessandro Russo: @ale_russian_bw]

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