Sconcio privilegio

Ci sono cose sconce. E non perché vi appaia una calza a rete o un primo piano di genitali sovraesposti. Ci sono pensieri sconci, e non perché siano peccaminosi o s’ingegnino sull’ultima posizione esibizionista. No: ci sono pensieri sconci perché sono abitati dalla contraddizione. Per esempio, tutti i dilemmi morali sono pensieri sconci, come dover scegliere fra la vita di due persone, sapendo di poterne salvare solo una. Questo è un pensiero sconcio. Ed è un pensiero sconcio quello che maturo da giorni: che questa situazione – orrida, efferata, spezzata – possa essere un’opportunità.

Lo so: fa accapponare la pelle. È un po’ come dire che il dolore è utile, che la morte ha senso, che la malattia è uno stato di grazia perché eleva la comprensione dell’umano. Tutte affermazioni che si ribellano al nostro comune sentire. Tutte affermazioni su cui sputeremmo volentieri.

Ho avuto la fortuna di crescere con docenti pieni di fissazioni, e queste fissazioni erano urgenze concettuali con un’immediata ricaduta sul modo di intendere l’esistenza. Questi tarli tornavano e ritornavano ad agitare i loro ragionamenti, a rimescolare le sinapsi, a torcere loro il cuore. Uno di questi professori citava – e cita – spesso questa frase di Hegel (sì, ancora lui): «Il dolore è il privilegio delle nature viventi». Sentite anche voi il graffio sull’immacolato disco in vinile? Il privilegio. 

IL PRIVILEGIO.

Eppure – ed ecco il secondo pensiero sconcio dopo questo primo pensiero sconcio –eppure, quest’affermazione ha un magnetismo che non sconfina solo nel senso del tragico, ma in una quasi-bellezza, non lo so, in una quasi-assurda-verità. Non mi piace pensarlo. Non mi piace per nulla pensarlo. Però lo penso. Perché questa affermazione tira fuori qualcosa.

Quindi, dicevo, ho avuto la folle immaginazione che la situazione presente possa trasformarsi in un’opportunità. Il che non la abbellisce, né la avalla, non la giustifica, non la benedice né la glorifica. Semplicemente, cerca di scovare un modo per cui tutto il male non sia solo male. Semplicemente, le apre uno spazio dentro. Le apre la pancia per vedere cosa fuoriesce.

Possiamo farlo tutti e tutte: aprire la pancia del nostro io più profondo e vedere che cosa sta premendo per uscire. Scava una buca, e quella buca sei tu. E scava ancora di più e dimmi, dimmi cosa vedi, dimmi che cosa esce. E poi scava un po’ più in là e un po’ più a fondo, e ci sarà pure un modo per cui tu riesca a non buttar fuori solo terra ma anche un minuscolo, infinitesimo, fiore. Adesso piantalo nel mondo. 

L’opportunità che ci è data è quella di una rigenerazione, di un diverso modo di creare quello che siamo, le nostre relazioni, il nostro sistema economico, sanitario, educativo. E ancora: abbiamo l’occasione di ridisegnare il modo in cui trasportiamo le merci, in cui assembliamo i pezzi di un unico prodotto che ha componenti che provengono da angoli di mondo disparati. Abbiamo l’opportunità di riconcepire il nostro modo di viaggiare, di consumare e di interagire con l’ambiente. Abbiamo l’immensa opportunità di ristabilire le gerarchie tra la vita e il denaro, tra il pensiero dell’autodifesa sfrenata (vedi le recenti code negli Stati Uniti presso i rivenditori di armi) e quello della cura di sé e dell’altro.

Ecco. Noi adesso, abbiamo questo sconcio privilegio di poterci ri-immaginare.

Da qualche giorno ho finito di leggere il romanzo Il colibrì di Sandro Veronesi. Di dolore, lì dentro, ce n’è a tonnellate. Però c’è anche un personaggio – che poi è una donna – che è presentato come l’uomo (ma in realtà la donna) del futuro.

Ecco. Noi adesso abbiamo questo sconcio privilegio di poter essere gli uomini e le donne del futuro.

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