Come stai?

Per le aule universitarie mi capitava ogni tanto di incontrare un ragazzo – come posso dire? – molto fiducioso. In cosa? In tutto. Nel fatto che le persone fossero fini e non mezzi, nella bellezza, nell’energia ben indirizzata, nei periodi di serenità come in quelli di difficoltà. Era il classico tipo che io avrei definito “zelante”, ma di quella zelanteria che è quasi pedanteria, che un po’ non ci credi e ti dici mentalmente: si ok, ma anche meno. L’eccessivo entusiasmo mi ha sempre puzzato (ma forse perché era la mia anima, in realtà, a puzzare).

Quando ci incontravamo, per salutarmi questo ragazzo mi prendeva una mano fra le sue e sigillava il contatto, protraeva il contatto, intensificava il contatto, e guardandomi negli occhi mi chiedeva: «Come stai?».

Non era una modalità che riservava solo a me, lo faceva con tutti e tutte. Era il suo modo di essere nella presenza. E la sua domanda era seria, significava proprio ciò che chiedeva. Non era un pretesto per cominciare la conversazione, non era una formalità per poi passare subito ad altro. No, lui voleva davvero sapere come stavo e a me pareva (siccome la mia anima puzzava) persino “invasivo”.

Massì, dai, non vorrai mica che adesso stiamo qui un’ora a parlare di come sto. E poi queste cose non si chiedono “davvero”, perché dubito che potrei rispondere con sincerità e se lo facessi, dovrei magari spiegare meglio e insomma se tutti dovessimo spiegare agli altri come stiamo, intere giornate se ne andrebbero in malora. Quindi ti dico, molto sbrigativamente: «Bene, grazie» e mi riprendo la mia mano appena posso.

Ecco. Ora ci ripenso e capisco che aveva ragione lui, ha sempre avuto ragione lui. “Come stai?” è diventata la domanda, una delle più importanti. Chiamiamo (e chiamo) persone, amici, famigliari, con quell’unico interrogativo che batte nel cuore, che è diventato un tutto, un autentico, uno scopo. E sì: passiamo ore a spiegarci, poi altre ore a spiegarci meglio, ore ad ascoltarci davvero, e le giornate, incredibilmente, deviano un po’ rispetto alla traiettoria che le manderebbe in malora. Non c’è nulla di zelante o di pedante, c’è solo un tornare alla radice di una questione basilare: come stiamo determina un’infinità di altre cose, così tante che vale la pena concentrarsi ogni giorno su come provare a stare meglio.

Quando rincontrerò quel ragazzo dovrò forse ringraziarlo, perché non gli puzzava l’anima e mi ha aiutata a capire che la mia, invece, un po’ sì.

[Ph. Alessandro Russo: @ale_russian_bw]

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