Tu allo specchio con me

Ci troviamo tutti inchiodati a una conoscenza forzata: la conoscenza di noi stessi. Piacere, tu. Sono io che ti parlo, io che ti sento. Io che sono tu. La tua pelle è la mia. I tuoi pensieri sono i miei. I tuoi polmoni, gli intestini, le impronte digitali: tutto mio. Le tue paure – soprattutto quelle – sono le mie, mie, mie.

Certo, eravamo sempre e comunque tutto il giorno “con noi stessi”. Ma più che altro ci portavamo a spasso. Adesso invece siamo legati al guinzaglio davanti allo specchio. Benvenuto. Benvenuta. Benvenut*.

Forse non ho scoperto cose radicalmente nuove rispetto a me. Però ci sono andata in profondità, con una specie di ascensore onirico alla Murakami. Giù giù, nel pozzo notturno dell’io (per gli appassionati: criptocitazione hegeliana). Ho trovato minuzie, dettagli, fesserie. Ma fesseria dopo fesseria, ho capito che questi infimi granelli mi costituiscono, strutturano il mio modo di vivere le giornate.

Ad esempio.

Ad esempio ho scoperto che esteticamente preferisco i tavoli rotondi, ma impazzisco se devo studiarci per quattordici giorni di fila, quindi operativamente prediligo le superfici rettangolari. È una questione di distribuzione di oggetti nello spazio, di “colpo d’occhio”, di ordine organizzativo.    

Punto secondo: ho imparato una volta di più che avere un’enorme quantità di tempo non significa ricevere l’immediata facoltà di saperlo gestire o mettere a frutto.

Accade circa così: un fattorino Amazon a un certo punto ti bussa alla porta e dice: «Toh, prendi, ecco la tua riserva aurea di almeno tre mesi di tempo. Quella che avevi nel carrello da circa dieci anni e non potevi mai comprare, quella che avresti voluto in tutte le estati sacrificate alla compilazione di progetti di ricerca o asservite ad altre infiorescenze accademiche– sì, sì, proprio quel tempo a cui anelavi per fare tutte le cose che desideri davvero fare o anche semplicemente per finire quelle che devi finire entro una data utile allo stesso concetto di fine – beh, insomma, ecco qua il tuo pacco di tempo. Occhio che è fragile. Ora, grazie, fammi una firma qui».

E tu, un po’ stordito, impugni la penna digitale, fai uno sghiribizzo sul palmare del fattorino, noti per l’ennesima volta come la calligrafia sia ingestibile con quegli apparecchi diabolici, squadri la firma orripilante e pensi “potrebbe tranquillamente non essere la mia”. Poi saluti il fattorino e rientri in casa. Guardi il pacco. Lo scruti, lo osservi, lo ami tanto, ma non sai se potrai amarlo bene. Ti chiedi: «E adesso?» Ecco. Mi trovo in questa fase e ciò ridisegna la percezione del mio rapporto con il tempo.

Ho poi scoperto un’altra cosa. Di amare la solitudine l’ho sempre saputo. La trovo una condizione creativa, se gestita bene. La trovo una condizione di pace e cura di sé. Ma c’è una differenza – ed è questo che ho capito – tra solitudine e privazione. 

La linea che le separa è piccina così. È quel salto quantico fra la temporanea pienezza in se stessi e la comprensione che la propria pienezza è resa possibile dall’immersione in una universale pienezza.

Poi avrei imparato anche altre cose, ma di quello che si riviene nel pozzo notturno dell’io si riesce a dire solo un po’ alla volta.  

[Ph. Alessandro Russo: @ale_russian_bw]

Un pensiero riguardo “Tu allo specchio con me

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...