Ossa guarite

Che cos’è la civiltà? Oddio, una marea di cose. Così tante – e così complesse, stratificate – che forse è più semplice dire quali siano i “segni della civiltà”.

Certo, è una strategia che cambia il corso dell’indagine, ma è un po’ quello che si fa a volte in filosofia: siccome è impossibile definire esaustivamente che cosa essa sia, pare più semplice (forse) dire che cosa fanno i filosofi e le filosofe. Dall’essenza alla prassi.  

Quindi, avanti: segni della civiltà. Qualche mano alzata? Per molti, individuare questi segni significa (anche) identificare le caratteristiche che distinguono l’umano da tutte le altre specie viventi.

La sepoltura dei morti è un esempio. La scrittura. Altri esempi sono la danza e l’arte in genere (anche se di alcuni animali potremmo dire che danzino, ma nell’umano c’è una particolare relazione con il ritmo, con la musica).

Qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio da una persona a me molto cara. Riportava un piccolo aneddoto che ha senso condividere, soprattutto ora.  

«Qual è il primo segno di civiltà in una cultura?». È la domanda che un giorno uno studente ha rivolto all’antropologa Margaret Mead.

La risposta è stata folgorante: un femore rotto, poi guarito. È una storia di cura, di tempo, di attesa e di assistenza. È la storia di un essere umano che ne accudisce un altro fino a che la ferita non è ricomposta. La storia di un essere umano che protegge dall’insorgere di eventuali pericoli una persona in condizioni di fragilità.

Un animale con una frattura è condannato. Sarà preda di altri animali. Non avrà il tempo per guarire.

Nella comunità umana, invece, curare è donare all’altro una delle cose più importanti: il tempo. Ma di un tipo particolare: il tempo della vulnerabilità. Ed è questo – il servizio del prossimo, la sacra custodia della vulnerabilità – l’archetipo della civiltà. Forse non è il primum in ordine cronologico, ma lo diventa a livello simbolico, ontologico, identitario. Lo diventa come priorità del cuore, del pensiero, dell’azione.

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