Sogno A.d.P.

Io non lo so se vi si stanno aggrovigliando i sogni come intestini chilometrici. Non so se state auscultando le detonazioni dell’inconscio.

Io lo sento: il coperchio sulla pentola che saltella per il vapore incontenibile.

La sento. La pancia del vulcano che freme.

Li sento: gli sfiati dei geiser, gli smottamenti dei battiti cardiaci, le propulsioni del corpo per sconfinarsi.

Non so a voi che cosa stiano facendo i sogni. Per me sono diventati un enorme espositore personale. Cammino in un museo interattivo, con alcune trappole, alcune luci, molte ruspe che prelevano, innalzano, spostano, trascinano, ricollocano. Mostrano. Svestono. Rilucidano. Mungono i centri del timore.

I miei sogni, in questo periodo, sembrano una serie televisiva. Certo, cambiano i personaggi, le ambientazioni, i movimenti, le parole, ma è come se continuassero a mettere in scena la medesima storia. Puntata dopo puntata.

E la scena è l’A.d.P. Archetipo della paura. Mi sta uscendo tutto, come uno che lanci fuori dall’armadio i vestiti. Nei miei sogni non c’è la pandemia, no. Ancora non l’ho introiettata. Ma stanno emergendo le isole del dolore. Come la paura dell’abbandono, di essere fraintesa, di venire giudicata prima di essere conosciuta. I personaggi dei miei sogni stanno facendo esattamente questo: mi abbandonano, mi deridono, mi fraintendono, mi giudicano senza conoscermi.

E quindi ecco il mio personale A.d.P.: A&G. Abbandono e Giudizio. Credo che ciascuno di noi abbia un A.d.P. ritagliato su di sé, come un abito di due misure più stretto. Giusto per farci avvizzire un po’, grattare, agitare, smattare.

Accade quindi che al risveglio io mi ritrovi dispiegata: spiegata a me stessa. Mi vedo. Riconosco quelle isole. Ci infilo il dito come in un budino di gelatina. Il budino si deforma, poi oscilla, traballa e pian piano torna in sé. Ho il letto circondato di sogni-budino. Ci metto un po’ a liberarmi dalle coperte e infilare passi che mi portino al caffè.

Sgranocchio fette biscottate pensando a quelle isole. Che enorme occasione scorgerle con questa nitidezza, con questo suono privo di distorsioni. Le guardo, e con la stessa forza con cui le osservo e ne sono cosciente ho già conquistato una distanza rispetto a loro. Che non è la distanza della rimozione, ma della presa di consapevolezza. Quei luoghi sono parte di me, ma non sono tutta me. Da ogni isola faccio erompere una fontana. E da quella fontana lascio che inizi un percorso di creazione.

Voglio cambiare arredamento al mio A.d.P. Voglio dargli il giusto valore e poi trasformarlo. Ironicamente, è questa situazione di isolamento che mi sta fornendo gli strumenti per agire. È questa situazione che mi sta regalando una vista a raggi-x, un paio di lenti cristalline, un pensiero in ascolto.

È un dono che possiamo farci tutti e tutte. Guardiamoci le isole. Mettiamo le tende all’aria, scompigliamo l’arredamento. E piazziamo una creazione forte al centro esatto della paura.   

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