Schermi ipersensibili

Alcune cose sono semplicemente enigmi, come composizioni dell’universo. Perché incontriamo certe persone, perché alcuni gesti ci attirano, perché due occhi risaltano più di altri sullo scivolo delle nostre visioni.

Mi chiedo se in questo tempo stiamo affinando percezioni ulteriori, in quel luogo in cui fisico e spirituale non sono dimensioni distinte ma due nomi per la stessa cosa vista da prospettive diverse.

Mi domando se stiamo aguzzando la capacità di riconosce l’anima (o metteteci il nome che volete) delle persone attraverso lo schermo.

Siamo convogliati dentro skypate, zoommate, housepartyate, x-ate. Ci “incontriamo” in questi contenitori di facce (e di relative stanze alle spalle: non saprei dire quante cucine, camere e soprattutto librerie ho visto in questi giorni, inoltrandomi in intimità casalinghe che provavo pudore a violare con lo sguardo). Insomma, ci affolliamo in questi iper-contenitori universali, ci ritroviamo spesso con persone che nemmeno conosciamo, siamo chiamati a raccolta per motivi di lavoro o per la riorganizzazione di qualcosa (le nostre vite, le nostre intere vite), oppure per una lezione di Feldenkrais, Pilates, tango, danza, teatro d’improvvisazione o qualsiasi altra attività in questo periodo venga trasposta nella sua nuova vita digitale. E c’è gente da ovunque, c’è il dappertutto-della-gente: Italia, Europa ma anche di più, Mondo. 

Mi chiedo se – e lo dico sull’onda di una sensazione senza alcun fondamento – il nostro cervello e i nostri corpi stiano imparando a percepire le qualità di una persona attraverso l’unico incontro ora disponibile: quello mediato dallo schermo e inserito nella moltiplicazione dei quadratini-con-facce che compongono il monitor di una videochiamata collettrice di umanità. 

Ieri, per una “riunione” di… boh (non voglio dare un nome, ora che i nomi per le cose che stiamo diventando e che saremo dobbiamo inventarli), per questa riunione, dicevo, a un certo punto mi sono ritrovata in una stanza virtuale con una donna tedesca, due uomini indiani, una ragazza spagnola, un ragazzo americano (tutti con rispettive stanze alle spalle, ovviamente). Nessuno conosceva nessuno, ma in qualche modo avevamo tutti i sensi iper-sviluppati per capire le storie, le vibrazioni, le sfide e le difficoltà di ciascuno. I volti, i gesti, le sfumature delle espressioni erano molto più che immagini, mandavano un’energia autentica, o forse autentico era il modo di riaprire la nostra percezione.

Non c’è nulla di scientifico in tutto ciò. C’è solo un’immaginazione. Però a incontro concluso, mi sono scoperta ri-innamorata della vita e la domanda me la sono fatta: stiamo sviluppando, o potenziando, qualità umane per riconoscerci sempre di più?  

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