Miguel e la gioia

Sabato: l’ho passato portandomi il computer in ogni stanza per dodici ore, come un vassoio da cui non dovevano cadere immagini e suoni. Ho seguito una diretta, una specie di maratona filosofica organizzata da Tlon. All’inizio avevo fatto una selezione degli interventi che volevo ascoltare, poi mi ha preso un po’ la mano e non sono più riuscita a smettere.  

Un personaggio in particolare mi ha appiccicata allo schermo. Miguel Benasayag. No, non lo conoscevo, anche se, a posteriori, mi sembra di poter dire di aver visto i suoi libri su qualche scaffale.

Filosofo e psicanalista franco-argentino, durante gli anni della dittatura ha militato nella guerriglia guevarista. Carcere, tortura. Esilio in Francia. Non ne so bene il motivo, ma in generale amo gli intellettuali argentini. Forse perché hanno un pensiero radicale e radicato. Perché non parlano mai solo di aria, ma hanno molto corpo, molta storia, un’aspirazione alla creazione quando tutto sta distruggendosi, e una sacra postura umana anche nei momenti più melmosi e bui.

Miguel – mi concedo di chiamarlo per nome – sabato ha pronunciato alcune parole potenti. Disobbedienza, responsabilità, asimmetria, gioia. 

Responsabilità. È un concetto con un suo centro di attivazione: il non sapere, il non conoscere, l’incertezza di una situazione. «È qui che l’etica appare, che emerge» dice Miguel. In una condizione del genere, in cui non ci sono risposte né traiettorie definite, l’assunzione di responsabilità diventa un atto decisivo.   

Le responsabilità sono asimmetriche: non siamo tutti uguali, non rivestiamo tutti lo stesso ruolo, non incidiamo sulla realtà alla stessa maniera e con i medesimi effetti. La diversificazione delle responsabilità è un bene prezioso: permette di sottrarsi a un potere paternalistico che “consiglia” e prescrive alle persone ciò che dovrebbe essere meglio per loro.

Per questo la disobbedienza è importante. Attenzione: non è la disobbedienza banale, l’opposizione a qualcosa solo perché “non ci va”. È la disobbedienza ragionata, “dialogata”, che comporta la presa di responsabilità delle nostre azioni. «Dobbiamo assumere tutte queste asimmetrie della responsabilità e fare cose con cui siamo d’accordo, discutere con gli altri per non sbagliarci troppo».

Per non sbagliarci troppo. Quando Miguel ha pronunciato queste parole mi è collassato metà cuore dalla commozione. Ho trovato l’espressione bellissima. Significa accogliere la nostra condizione di erranti, con la consapevolezza che l’errore può venire limitato dal dialogo, nella collaborazione e nello scambio con l’altro. Anche questa è una forma di cura.

E poi la gioia. Il momento dell’incertezza, del non sapere, il momento in cui si spalanca il terreno dell’etica è il luogo per eccellenza dell’azione. «È qui che dobbiamo agire, e agire vuole dire, paradossalmente, la gioia», che non è «l’allegrezza stupida della festa dopo la pandemia. La gioia è agire qui, non accettare la paura», è «decidere noi cosa è veramente importante, confrontandoci con gli altri».

Il punto è molto semplice. Le nostre storie personali possono essere disparate, tragiche o meno tragiche, meravigliose o misto-malinconiche, in attesa o in presenza, radicate o proiettate, perdute o stabili, ritrovate, afferrate. La storia globale pure. Può essere tutte queste cose con dinamiche e strutture più complesse e stratificate, con incroci inimmaginabili e processi che un singolo essere umano non sarà mai in grado di padroneggiare. 

In tutto questo, però, «la questione è che siamo vivi, e abbiamo la responsabilità». Punto. Non dobbiamo lasciarci decidere, lasciarci vivere. Anche in una condizione di quarantena – di apparente impossibilità a un’azione nel fuori – siamo in realtà al centro dell’etica, al centro della possibilità e del dovere di assumere su di noi un’azione. Che è un modo di assumere il nostro essere vivi. 

Una cosa non è cambiata rispetto al mondo che conoscevamo prima: anche oggi abbiamo di fronte «la stessa sfida […]: rendere la vita (e non la sopravvivenza) possibile in questa situazione concreta».*

* (Miguel Benasayag, Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa,Feltrinelli 2018)

** L’intervista a Miguel Benasayag è visibile sulla pagina fb: @associazionetlon

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