Trovo tenero il tuo buio

Faccio spesso l’errore di riaprire a caso vecchi file, memorizzati con i nomi più improbabili: non sempre c’entrano con il contenuto. È un gioco con me stessa. Una specie di sfida stupida. Non è un buon modo di organizzare il materiale, ma regala molta attesa, molta sorpresa: leggo il nome di un file-antico-polveroso e non ho idea di che cosa mi si spalancherà davanti.

Ieri ho fatto lo stesso “errore”. Lo chiamo così, ma è ovviamente un atto voluto con veemenza. Come buttarsi in qualcosa che ti farà bene perché ti farà male. Questa mia pratica è una metodologia della riesumazione per vedere se ancora qualcosa vive.

Segreto: c’è sempre qualcosa che ancora vive. Sempre.  

Ieri ho ripescato un file dal titolo: Trovo tenero il tuo buio. Mi sono detta: boh. Perché l’ho scritto? Per chi? E dopo che cosa? Data: inizio 2019.

Apro il testo. Scorro le righe e penso che questo sia un buon momento per condividerle.

Quindi ecco qui.

Trovo tenero il tuo buio, il tuo silenzio. Trovo fondo il fatto che non parli e non ti esprimi nel piacere. Trovo decoroso il tuo dolore, delicate le tue ferite, meritevoli di rispetto, preziose. Trovo dignità nel tuo modo di non giudicare più, ma nemmeno sperare. Nemmeno aspettarsi, nemmeno illudersi.  

Trovo miracolo e meraviglia nel tuo nuovo modo di amare la vita senza l’ansia di venerarla a tutti i costi, di dirla banalmente bella. La non-banalità della vita è riuscire a dirla bella anche nel dolore, perché in quel dolore si accrescono strati di comprensione e di pietà per la non-bellezza della vita, che diventa bellezza.

Trovo commuovente il tuo nuovo modo di insegnarmi come sei fatto, come sei diventato, come la tua storia e le storie degli altri ti hanno portato a essere.

Trovo le tue lezioni raffinate e le tue rime giochi. Anche se perdi sangue da tutte le parti.

Trovo in te un numero di specchi sufficienti per riuscire a guardarmi la spina dorsale.

Trovo che le spine non sempre pungano. A volte sono maniere di stare, rendendosi simili a vertici. Antenne per richiami. Per amplificare il suono, il raggio, l’onda.

Non ci rivedremo presto. No. Ma il nostro modo di chiamarci viaggia nell’aria.  

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