Confini al sole

Mi sono appena macchiata con un grumo gelatinoso di marmellata. È piombato sulla maglietta come un peso morto. Se ho fortuna, le altre persone che stanno partecipando alla videochiamata su Zoom, non hanno notato nulla.

Si continua con questo modo di sperimentarci le facce, al momento è l’unico che abbiamo. Siamo introdotti in una nuova, prolungata, visuale sulle case degli altri. Cerco di non studiarle troppo, di non osservare a lungo un medesimo dettaglio, di non decifrare un numero eccessivo di titoli sui dorsi dei libri. Provo a non immaginare profili psicologici, abitudini di vita, attività preferite.

Però è dura impormi una disciplina. È tutta lì davanti a me: la moltitudine delle nostre case. In qualche modo si riconfermano alcune caratteristiche che mi pare il mondo ripeta da tempo. Nelle case degli amici italiani vedo soprattutto cucine e librerie – alte fino al soffitto, intere pareti, ordine variabile dei volumi: a volte allineamento perfetto, altre squilibrio sistematico.

I tedeschi invece fanno chiamate dal terrazzo o dal giardino. Cercano di stare all’aria aperta (e ripiombo d’improvviso nella Berlino d’aprile, con i parchi zeppi di famiglie che grigliano, donne turche che stendono coperte immense, i vassoi di cibo portati da casa, i bambini ovunque, concentrati nei loro gesti curiosi, scattanti, imprevedibili).

I tedeschi su Zoom hanno alle loro spalle il muro della casa più tutte quelle stramberie di cui addobbano i giardini. Perché sì: non ci sono solo fiori (curati nell’amorevole quotidianità), ma palle lucenti montate su steli che sovrastano le piante, finte farfalle e finti conigli che decorano i vasi, a volte qualche coccinella appuntata su un nastro.

Le case dei nordici – soprattutto olandesi, svedesi, norvegesi – sono proprio come ci hanno abituati a immaginarle. Spazi armonici semi-vuoti, legni, ampie vetrate per far entrare la luce. Chiamano da divani addossati alla parete, con la finestra aperta qualche centimetro più in là e fuori cieli azzurri di cui vogliono gustare ogni punto di calore.

La cucina di una donna spagnola ha i muri coperti di piastrelle, per difendersi dal caldo nell’impeto dell’estate. Una donna indiana è immersa nelle tappezzerie colorate del suo soggiorno, ci guarda con occhi pieni di benevolenza.

Gli americani chiamano dalle verande in legno, un po’ sopraelevate. Si intuiscono i loro giardini, che non hanno muri e steccati come i nostri.

Quando vedo tutte queste persone sullo schermo di un computer, quando mi si offre la vista, seppure parziale, degli ambienti a cui le loro vite sono legate, sento una  fitta al petto. Sento che una cosa in particolare mi fa male, per quanto io ne comprenda la necessità: la chiusura dei confini.

“Confini chiusi”. Mi suona come un insetto schiacciato senza senso, quando poteva ancora vivere. Mi opprime come un pugno allo stomaco. Come un boccone inghiottito male, che mi spezza il respiro. Mi prende come una brutta notizia quando non ero preparata.

Festeggerò tante cose man mano che riprenderemo le nostre libertà, con tutto il tempo che sarà richiesto e con tutti i sacrifici, le cautele, i timori del nuovo mondo. Ma niente come la riapertura dei confini farà del mio cuore un terremoto di gioia e dei miei occhi un campo di lacrime grate.    

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