Storie turche

Due giorni fa mi sono ritrovata con zero voglia di alzarmi. Zero validi motivi per farlo. Saranno capitate a tutti mattine così. Specialmente dopo sogni spoglia-anima.

Mi sono tirata su solo perché a un certo punto dovevo andare in bagno. A volte i processi fisiologici si mettono in mezzo come tiranni.

Ho preparato il caffè e mi sono detta: ok, oggi va così. Fai cose semplicissime, leggi il giornale.

Ho letto di Pamuk, premio Nobel per la letteratura, che a Istanbul ha da poco concluso il suo ultimo romanzo, Veba Geceleri (Le notti della peste).

Ora, lasciamo perdere che il titolo suoni molto meglio in turco, e lasciamo perdere che, senza preveggenza alcuna, proprio nel 2020 esca un romanzo ambientato nell’isola immaginaria di Minger in cui arriva la peste.  

Una cosa, però, non sono riuscita a lasciar perdere: Pamuk ha dedicato a questo libro quattro anni.

QUATTRO ANNI.

Ma ci pensava da trenta.

DA TRENTA.

Questa notizia ha provocato in me quello che non avevano prodotto svariati auto-tentativi di ristabilire un umore mezzo decente.

Al mondo c’è chi fa letteratura. E questa è pura bellezza. Al mondo le storie possono incubare per trent’anni nei pensieri, essere scritte in quattro e apparire nella totale non preveggenza in un tempo che però è (di nuovo) il loro tempo. E questa è magia.

E se la magia e la bellezza non ti bastano a cambiare umore, allora il problema sei tu, non il mondo.

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