Fase due

Fase due. Boh. Io ci ho provato a capire cosa significasse “ricongiungersi”, ma tra modelli di famiglia tradizional-patriarcale, parenti fino al sesto grado (tipo “i figli dei cugini tra loro” – che poi, si chiamano ancora “cugini”? Già mi incarto con cognate e suoceri, figuriamoci andare oltre), legami stabili (per dire, io ho legami stabili con le piante) e altre vaghe definizioni di cose che se le senti nel cuore sono concretissime ma se devi nominarle non sai più cosa siano, mi sono detta: ok, praticamente per me non è cambiato nulla.

L’unica differenza – l’unica cosa che ho pensato: questa la faccio – è stata una passeggiata di venti minuti fino all’orizzonte “Parco Milcovich”, che se vivi a Padova in Arcella è una delle esperienze imprescindibili.

Sono uscita di casa verso le otto di sera, mascherina, guanti e armamentario da Darth Vader: tutta una carineria estetica. Semplicemente, ho iniziato a camminare. Un passo dopo l’altro. Non lo facevo da due mesi. Un passo dopo l’altro. Era come mettere insieme i pezzi di un puzzle senza doverci pensare. Un passo dopo l’altro. Una specie di mantra del corpo.

Camminavo, finalmente libera. Finalmente potendo prolungare un movimento oltre il parossismo del circolo o l’esercizio fisico sul posto. E mentre riattraversavo strade dimenticate, non mi importava più nulla della mia età, del mio passato e della mia storia, e al tempo stesso ero perfettamente consapevole di tutte queste cose e in assoluta pace con esse.

Poi non lo so. So solo che a un certo punto nelle mie orecchie suonavano i Beatles. Così, camminando con While my guitar gently weeps, mi è venuto da considerare i setti nasali. I fori delle narici, proprio. Che ognuno ce li ha un po’ fatti a modo suo, e di solito uno è più aperto dell’altro, più deviato dell’altro. Avrei potuto camminare all’infinito pensando le cose più assurde sulle cose più normali.

Tornata a casa mi si è riconfermato che no, neanche nella fase due mi piace il marzapane e sì, anche nella fase due detesto sgombrare la lavastoviglie.  Ma ho anche capito che una cosa è davvero diversa: il vento è cambiato e c’è profumo d’estate. Proprio qui. Proprio dentro le narici aperte, deviate, assurde.

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