Vado. Resto

Ora di geografia. Infanzia piena. Una carta affissa alla parete. Con il naso per aria osservo i fiumi del Sudamerica e penso: questo mondo non è di questo mondo. Chissà quando ci capito.

Macchina del tempo. (Che non concede scorciatoie. Macchina del tempo che attraversa ogni singolo secondo).

Dicembre 2019. Rive del Río Paraná. Consegno una strisciolina di un testo alle correnti come atto psicomagico: uno di quei gesti che ti aiutano a lasciar andare qualcosa per trasformarti in qualcos’altro. Chiudo gli occhi, respiro, congiungo le mani. Appare la bambina, aggancia il suo indice al mio mignolo. Sussurra: «Beh, alla fine ci sei entrata in quella carta geografica».
«Sì» le dico. Ho i piedi in terra argentina, dall’altro lato del fiume è già Paraguay. Un lungo ponte collega i due stati. File, controlli, passaporti. In Paraguay la merce costa meno.
«E quindi, che cos’hanno i fiumi del Sudamerica di così speciale?» chiede la bambina.
«Quello che avevi già immaginato tu. Sono lunghi, sono grossi. Sono organismi viventi. Sono storie».
«Río Paraná» ripete la bambina. «Basta ascoltarne il nome per sognare». Mi guarda: «Ci torniamo?»
«Certo».

Macchina del tempo. (Secondo dopo secondo, tutti i secondi).

Fine gennaio 2020. È già tutto predisposto, mezzi voli già presi. In nessun altro periodo della mia vita gli impegni accademici erano già così definiti a inizio anno. Solo nel 2020. Simpatico, no?

Il lavoro accademico per la mia generazione ha una serie di controindicazioni. Tipo il divieto di mettere radici. Sarai precario, ti sposterai, ti sradicherai. Questa controindicazione è al tempo stesso un privilegio. Viaggerai, conoscerai, amplierai la tua mente, la tua compassione, il tuo sentire. Sta a te decidere come prenderla.

Un amico una volta mi ha chiesto: «Ma non ti stanca? Non senti il desiderio di scegliere un luogo? Di rimanerci?»
Chiaro, sono domande che uno si fa. Ma se la realtà non offre una buona base per rendere quelle domande minimamente verosimili, a un certo punto diventa inutile continuare a pensarci. Diviene invece importante vivere in modo creativo la condizione data.

Quest’anno sarebbe stato l’Anno. Anzi, l’ANNO. Irlanda, Polonia, poi Perù, Cile, Argentina. Mesi via. Uno dopo l’altro gli impegni sono saltati. La mia casella di posta si è riempita di email con oggetto: postponement, cancellation, regret.

È tornata la bambina. Proprio in queste notti. Si è riagganciata al mio mignolo penzolante. «E adesso che cosa immaginiamo?»
«Non lo so. Mi pare già un miracolo passeggiare nel quartiere».
La bambina sta ancora con il naso per aria. Sento che non voglio deluderla. Al tempo stesso, c’è urgenza di realtà. Niente minaccia di più un sogno che la rimozione dei giusti limiti, quando servono. Senza quei limiti, rischia di diventare un’illusione.
«Dobbiamo un po’ contenerci. Luoghi più vicini, spazi più piccoli, gente un po’ meno».
«Sudamerica niente?»
Lo sapevo. L’ho delusa.
Mi stringe il mignolo più forte. Sorride. «Va bene così».
La guardo incredula.
«Stavolta restiamo».

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