The end

Eccoci qui, dopo due mesi e mezzo che sono come un mondo fa. Ho scelto il 20 maggio per scrivere l’ultima pagina di questo diario perché mi sembrava un bel numero. Mi sembrava anche un giorno collocato su una soglia: a quarantotto ore dalla “riapertura” e a un soffio dal futuro-ora.

Ho imparato qualcosa durante questi mesi? Una marea di cose: su di me, sulle altre persone. Sull’interdipendenza dei pensieri e dei corpi. Ho cambiato alcune pratiche, ne ho approfondite altre. Sono discesa alle cose essenziali. Davvero essenziali. I talenti per cui ha senso che ognuno esista e faccia mondo.

Ho messo gemme in un’infinità di tanghi interiori, ho vissuto le terrazze come rotonde sul mare, come mani sui prati.

Ho ripreso gesti nella direzione creatività-abbruttimento: pulirmi con la tovaglia, spremermi direttamente in bocca il tubetto di maionese, giocare con i batuffoli di polvere.

Ho riaperto sensazioni divino-pazze: parlare con le piante, sentire il pavimento che sostiene il corpo come la Madonna sorregge il Cristo nella Pietà di Michelangelo, ascoltare il respiro con le orecchie di ogni cellula.

Ho scartato molte scorie, anche. Ce le hai lì: aleggiano davanti a te e a un certo punto decadono semplicemente perché tutto il mondo intorno non ti dà più appigli per tenerle in aria. Un po’ fa male, un po’ le vorresti ancora: hai l’impressione che le scorie facciano più compagnia di un cielo limpido. Che ci fai, poi, con un cielo limpido? Devi immaginare tutto di nuovo. Non è semplice. Sicuramente non è comodo.

In questi due mesi e mezzo sono stata parecchio scomoda, e penso lo siano stati in molti. Ma di quella scomodità che permette di aggiustare la posizione, di sondare, esplorare come sarebbe meglio disporsi. È un processo lento, ma tra tutti gli svantaggi e le cose terribili, la quarantena ha liberato, nel bene o nel male, palloni aerostatici di tempo. Ci sono scoppiati addosso. Bum! Tutti impiastricciati.

Mentre stavo sotto la pioggia degli ultimi coriandoli di tempo aerostatico, mentre contavo le ore per la “riapertura” come da ragazzina barravo i giorni che mancavano alle vacanze estive, mentre osservavo la nuova lunghezza dei miei capelli e dei capelli di tutti, mi sono chiesta: e adesso? Che cosa vuoi adesso?

Voglio tutta la responsabilità della mia libertà. Voglio sorridere in modo pazzo-divino e storto-aperto, voglio la creatività delle cose usate per uno scopo diverso da quello per cui erano state create. Voglio il disallineamento pieno di equilibrio, lo smalto sulla pelle e le ciglia finte sulle unghie, voglio un giardino di piante di avocado e terrazze affollate di basilico.

Sì, d’accordo. Ma cosa vuoi davvero adesso?

Vivere.

[Ph. Alessandro Russo: @ale_russian_bw]

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